Smartworking e la crisi dello sharing

L’emergenza Coronavirus è diventato un evento epocale per l’intero pianeta, con il diffondersi in un numero sempre maggiore di città, le aziende globali si stanno adeguando per lavorare da casa e gestire i team dislocati in più sedi.

I “lockdown” imposti dai governi lasciano chiusi molti stabilimenti e molte vetrine, mentre milioni di persone sono costretti a restare a casa.

Smart working, limitazione di contatti e condivisioni vis-à-vis, è il nuovo modello sociale.

Sommando tutto ciò che abbiamo fino ad ora accennato, è chiaro che il mercato più colpito dalla crisi sia soprattutto la sharing economy (o “economia della condivisione”).
Quello che sembrava il futuro dell’economia è diventato il business più colpito, Uber, Airbnb e WeWork, queste alcune delle aziende che stanno ridisegnando il loro progetto.

Analizziamo cosa sta succedendo, nello specifico, nel coworking.
L’isolamento forzato mette in crisi gli spazi pensati per riunire i professionisti!

Il coworking è definito dalla letteratura ‘third place’, ovvero una alternativa al lavoro a domicilio (casa-first place) e al lavoro tradizionale in ufficio (second place), dove lavoratori autonomi, liberi professionisti, start-up innovative e imprese possono interagire riducendo così i rischi di isolamento e aumentando le occasioni di incontro e lo scambio di conoscenza ed esperienza, che favorisce relazioni fiduciarie e di amicizia e nuove opportunità di business (Pais, 2012)”

Nello specifico, per aziende come WeWork, piattaforma che mette a disposizione spazi di lavoro condivisi, il coronavirus ha complicato una situazione economica già molto difficile, costringendo la società a riorganizzare i propri luoghi di lavoro in modo da garantire ai propri clienti la giusta sicurezza.

Sindacati ed imprese hanno sottoscritto “un protocollo per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori dal possibile contagio da nuovo coronavirus e garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro.” Nel documento, datato 17 marzo, si stabilisce che gli spazi comuni debbano essere soggetti a “sanificazione periodica e pulizia giornaliera con appositi detergenti.”

Tra le aziende italiane di coworking, che stanno facendo i conti con l’attuale situazione, possiamo citare: Incowork e Spaces a Milano, Lab121 ad Alessandria o Re/Project a Reggio Emilia, e molte altre.
Tra le possibili soluzioni rientrano tutte nell’ambito fiscale, con richieste di agevolazioni e sospensioni degli affitti.

In alcuni Paesi, come la Danimarca, i coworking sono stati inclusi dallo Stato fra le attività che possono fruire di un dimezzamento del canone di affitto degli immobili, da detrarre dalle tasse, a fronte di una comprovata riduzione del giro di affari del 30%

Il prolungato isolamento, ha provocato una “psicosi” da contatto, che prosegue in questa fase e nessuno sa quanto e come si evolverà dopo, nonostante i nuovi decreti.

È possibile che nelle prossime settimane, soprattutto nei prossimi mesi, la situazione migliori anche per molte aziende della sharing economy.